Riuscire a scrivere a caldo appena tornati da un viaggio non è mai facile, farlo sull’India poi è praticamente impossibile.
E così, prima di cimentarmi in un racconto di viaggio ancora da elaborare, provo a fermare qualche pensiero di questa terra magica.
L’India, il paese delle contraddizioni.
Dei gesti lenti abbinati alla frenesia.
Della calma e del caos.
Dei sorrisi e della tristezza.
Del rispetto verso alcune forme di vita ma non verso l’ambiente.
Della pace e della rassegnazione.
Dei colori e del cupo degli occhi.
L’India ti prende, ti confonde, ti affascina ma la odi anche.
Vieni catapultato in un mondo dove ogni senso ne rimane stordito.
La confusione delle strade, il perenne suono dei clacson.
Il sapiente uso delle spezie, che stordisce il palato e confonde l’olfatto.
I colori delle vesti, dei mercati.
E le mani, rugose al tatto, ma morbide di tocco.
All’India non ci si prepara. Non puoi. Non riesci a capirla finché non la vedi, non la assapori. E anche assaporata, l’India va digerita.
Cerchi, durante il viaggio, di guardare poco dentro gli occhi degli indiani, di un cupo ipnotizzante che ti trascinano dentro un abisso.
Ogni sensazione è amplificata, ed ogni cosa ti tocca nel profondo.
E così, ti ritrovi a piangere a dirotto davanti ad una bambina che invece di chiederti qualcosa, si leva una molletta dai capelli per offrirti un regalo.
E poi arriva la rabbia, tanta, grande, verso il meccanismo delle caste, verso la concezione delle donne, verso la loro rassegnazione.
Ed io ho bisogno di tempo per riuscire a capire, a scrivere, a metabolizzare tutto ciò che ho visto.

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